E poi. E poi c'era Pierre che, durante un pic-nic sulla Senna lungo l'Ile de Saint-Louis, mi decantava la superiorità di Flaubert con una birra in mano e con una luce del tramonto talmente bella da rendere credibile e nobile qualsiasi cosa mi avesse detto. "In Flaubert hai il mare ma anche la schiuma del mare!", diceva (no, non era ubriaco). E poi c'era James Wood che, nel suo ottimo e godibilissimo Come funzionano i romanzi, parla di Flaubert in un modo così bello da farmi vergognare di non averlo ancora mai letto. E poi c'era Nabokov che dedica una delle sue celebri lezioni a Madame Bovary e dice cose da far arrossire me per conto di Flaubert. E poi c'era Daniel Pennac che, nel suo decalogo di diritti del lettore, parla di diritto al bovarismo, e io non riuscivo mai a capire che cavolo fosse. E poi c'era la meraviglia assoluta della schiena e della nuca della donna dipinta nel quadro scelto per la copertina della mia vecchia edizione tascabile del libro (non mi darò pace finché non avrò scoperto chi è il pittore, non indicato, e si accettano suggerimenti). E poi c'era che sapevo che vi avrei trovato frasi come questa: "Non amava il mare che per le sue tempeste e la vegetazione che quando si spargeva fra le rovine".
Quello che mi piace e che mi pare buffo è che cercare di fare una lista dei motivi per cui ho deciso di leggere finalmente Flaubert è un po' la stessa cosa che fare una lista dei motivi per cui l'ho amato.
Ma c'è dell'altro.
Se devi passare un'infinità di ore in un treno internazionale che soffre di dieci (10) ore di ritardo, un buon modo di sopravvivenza è leggersi un romanzo da inizio a fondo. A me è successo qualche giorno fa, e il romanzo (di cui però avevo già letto una parte) è stato proprio Madame Bovary. Ma non è il ritardo il problema, piuttosto una delle sue ragioni: una povera persona che, in mezzo alla Francia, ha deciso di togliersi la vita sui binari del nostro tragitto, a notte fonda.
Ora, non svelo niente di nuovo se dico qual è la scelta dell'infelice Emma Bovary alla fine del libro: la stessa di quel signore o signora, ragazzo o ragazza, di quel treno su cui stavo leggendo il romanzo di Flaubert. Mi sto sforzando di ricorrere all'espressione "tragica ironia".
Non so quanto si possa dedicare una semplice lettura a qualcuno - allo stesso modo in cui gli si dedicherebbe una preghiera, un premio o un'opera artistica - ma, se si può, allora io dedico la mia lettura di Madame Bovary a lei o lui, chiunque sia e qualunque cosa l'abbia portata su quei binari. Non è niente, ma è qualcosa.
