Notturno cileno, Roberto Bolaño

Ho scoperto che esiste un paese di nome "Cile". Dovrebbe trovarsi dalle parti dell'Isola di Pasqua.
Di Cile ho sentito parlare in una delle cose più belle che io abbia visto negli ultimi anni. E' un documentario di Patricio Guzman, "Nostalgia de la luz". E' ambientato nel deserto dell'Atacama, con i suoi osservatori astronomici, con le sue tracce precolombiane e con quelle donne che ancora lo percorrono pazientemente alla ricerca dei resti dei loro cari, portati via dalla dittatura. Una meraviglia, sia visivamente che per ciò che vi si dice. Il documentario l'avevano presentato a Cannes un paio d'anni fa e io l'ho visto in un cinema di Parigi, ma spero proprio che verrà distribuito anche in Italia. Aspettando, visto che ho voluto anche comprarne il DVD (come molto raramente succede), intanto ai miei amici lo faccio vedere io, promesso.
E' da non poco tempo che fantastico di un viaggio in "sud-sudamerica". Ero tutto concentrato sull'Argentina, sicuro che in un certo modo di andare in Cile non ci fosse bisogno. Be', un cavolo. Leggendo guide e raccogliendo segnali come quel documentario, il Cile si è imposto come un obiettivo a suo modo urgente. Senza contare che mi sono anche innamorato di Camila Vallejo, la leader dell'attuale protesta popolare in Cile, quindi cosa sto aspettando? Ok, scherzo.
Dopo la bellissima sbornia narrativa di "2666", non avevo ancora voluto leggere altro di Bolaño, ma ormai era tempo. Il breve "Notturno cileno" è il monologo di un prete dell'Opus Dei e pro-Pinochet (un angioletto, insomma) che, dal suo letto di morte, racconta alcune delle cose che gli sono successe nel vortice storico del Cile degli ultimi 50 anni. Il limite con il delirio è sempre molto vicino, il flusso narrativo è inarrestabile, la postura poetica è un imperativo costante. Grande Bolaño.
Dev'essere quel senso onnipresente di disperazione. Ecco, dev'essere quella sorta di obbligo morale di tenere sempre sempre sempre accanto a sé i motivi di disperazione di cui solo un tale tenore poetico può rendere conto. Dev'essere quel camminare sempre sul margine di quella disperazione, come fosse il sentiero in cui tutti le altre dimensione della vita - la sua bellezza, o il contrario, il sublime - sono ben più visibili, e godibili, e proteggibili. Dev'essere questo che Bolaño mi prende così tanto. Se non fosse per paura di mancare di rispetto a chi ha dei veri motivi di disperazione, sarei già sicuro di una sintonia con lui che poggia su quelle basi. Ok, calma con l'entusiasimo. E' presto per dirlo, mettiamola così. Bolaño ha scritto tanto e io letto ancora poco. Ci risentiamo. Ma calma di che?


P.S. Ecco il trailer di "Nostalgia de la luz" (sottotitoli in inglese)