2 novembre
Sono stato cordialmente invitato a far parte del realismo viscerale. Naturalmente, ho accettato. Non c’è stata cerimonia d’iniziazione. Meglio così.
È così che inizia I detective selvaggi, un libro che non sarà facile scrollarsi di dosso, soprattutto perché farò mai niente per farlo. Al contrario, farò di tutto perché non accada. Lo farò come se fosse una questione di vita o di morte, esattamente ciò che è la poesia per i personaggi del libro: una questione di vita o di morte.
I detective selvaggi è “una storia di poeti perduti e di riviste perdute sulla cui esistenza nessuno sapeva una parola”, e non mancano neanche gli ingredienti delle storie di detective quelle vere. Quella del libro di Bolaño è gente che per la poesia fa a botte, scatena delle risse e minaccia di spaccarsi la faccia. Gente le cui amicizie si fondono sulla malattia o sul rancore. Che fanno letteratura per i tempi di disperazione (“Grave errore, come vedremo”). Gente che si mette sull’attenti, a fare il saluto ai soldati caduti in battaglia, dopo che qualcuno ha letto l’indice dei nomi di un libro sulle avanguardie artistiche. Gente che “pensa tutto il tempo in termini di letteratura”. Gente con dei libri di poesia sempre bagnati o incurvati perché li legge sotto la doccia. “Uomini che entrarono nel turbine della storia e ne uscirono rivestiti dei più scintillanti e atroci stracci”. Gente che guarda perplessa i punti cardinali. Gente che i problemi una volta li chiamava “sorprese”. Gente che cerca delle spade e sfida a duello i critici che potrebbero parlare male della loro poesia. Gente che crede fermamente che poesia e carcere sono sempre stati vicini. Gente che “si accontenta di pensare all’immensità dell’universo”.
Alla fine della giornata in cui poi, di notte, avrei finito di leggere I detective selvaggi, ho fatto una passeggiata nella brutta libreria della brutta stazione. Lì ho sfogliato Tra parentesi, la raccolta di articoli, interventi e conferenze di Bolaño. Nella quarta di copertina, i signori di Adelphi hanno messo una citazione da un discorso in cui Bolaño dice: “Mi commuovono i giovani che si addormentano con un libro sotto la testa.”. Quasi mi sono messo a urlare. È stato esattamente ciò che involontariamente mi successe con il suo 2666, e lo raccontai anche qui lo scorso luglio. Fra l’altro, ancora devo smaltire del tutto il mal di collo. Bolaño si sarebbe commosso per me, insomma. Saperlo mi pare una giusta contropartita, visto che io con I detective selvaggi mi sono continuamente commosso per lui.
