Sotto il vulcano, Malcolm Lowry

Fatti sotto!
Va bene Gandhi, va bene la ragionevolezza, va bene il buon senso, ma io credo che per certi libri si debba essere pronti a fare a botte. Io per Sotto il vulcano di Malcolm Lowry lo sono! Fatti sotto! T'aspetto fuori!
Se ricordo bene, non ho mai fisicamente aggredito nessuno, almeno non sul serio. Ricordo di aver subito un paio d'attacchi, questo sì, ma niente di che. Però per questo libro potrei farlo senza troppi scrupoli morali. Vuoi uno schiaffo? Dimmi che è un brutto libro! Vuoi un pugno? Dimmi che non ci si capisce niente! Vuoi una testata sul naso? Dimmi che è un'opera sopravvalutata! Avanti, prova, se ne hai il coraggio. Mangerò spinaci da qui alla prima discussione letteraria con qualcuno.
Santi numi che capolavoro. Appena finito di leggerlo sono corso in biblioteca a cercare altri suoi lavori (purtroppo praticamente tutti postumi, incompleti e frammentari). Ebbene, ho trovato riferimento a una lettera all'editore Jonathan Cape (che aveva valutato il manoscritto pubblicabile eventualmente solo dopo pesanti e innumerevoli modifiche) in cui Lowry compie un'analisi capitolo per capitolo della sua opera spiegando passo a passo perché nessuna parola sarebbe stata modificabile. Quanta sicurezza, che visione precisa, quanta consapevolezza!
La storia è quella del Console Firmin che, in Messico, girovaga e consuma una vita di costante ubriachezza, gelosia e incessante epico ma colpevole struggimento sulla vita e sul mondo (che brutta sintesi,eventualmente meglio dare un'occhiata in rete). Stilisticamente folle ma rigoroso, il libro non ha mai neanche mezzo calo di tensione, e che tensione! Basta, lascio parlare lui, prendo a caso una pagina tra le tante sottolineate e ne trascrivo un pezzo:

"E a questo punto (ricordava il Console ora) si accorse di non aver bevuto un goccio da quasi dieci minuti; e inoltre l'effetto della tequila era quasi scomparso. Aveva gettato uno sguardo per il giardino ed era come se frammenti delle sue palpebre si fossero staccati per mettersi a svolazzare e saltellare davanti a lui, muovendosi nervosamente in ombre e forme, sussultando al colpevole cicalare della sua mente, non ancor voci del tutto, ma queste tornanvano, queste tornavano; un'immagine della sua anima come una città apparve ancora una colta davanti a lui, ma una città, questa volta, devastata, folgorata nel cupo sentiero dei suoi eccessi, e chiudendo gli occhi brucianti egli aveva pensato al perfetto funzionamento del sistema in coloro che vivono veramente, commutatori ben connessi, nervi tesi solo nel caso di un autentico pericolo, e ora in preda a un sonno senza incubi, calmo, non in riposo, ma in equilibrio: un villaggio pacifico. Gesù, com'era esasperata la tortura (e intanto c'era ragione di supporre che gli altri credessero che lui si divertiva immensamente) dell'avere coscienza di tutto ciò e nello stesso tempo della cosapevolezza di come tutto l'orribile meccanismo si venisse disintegrando, con la luce che ora si accendeva ora si spegneva, ora troppo abbagliante, ora troppo fioca, col bagliore di una batteria morente a singulti di luce... per poi finalmente sapere tutta la città sprofondata nelle tenebre, dove ogni comunicazione è perduta e il movimento diviene mera ostruzione e le bombe minacciano e le didee fuggono alla rinfusa... Il Console aveva finito ora il suo bicchiere di insipida birra".

Ecco, capito che roba?
Un proposito assurdo: sfidare Lowry (se solo fosse vivo) a riscrivere tutto il libro togliendo di mezzo l'alcol, come se questo fosse solo un espediente per affrontare livelli della percezione della realtà di cui la letteratura ci saprebbe restituire l'esperienza senza mescal o whisky di mezzo. Il girovagare smarrito del Console è il tremendo e meraviglioso girovagare di tutti noi. Lo sappiamo, ce l'hanno detto i titani come Malcolm Lowry. Dici di no? Vieni qua che ti do un destro!