Democrazia: cosa può fare uno scrittore?, Pascale-Rastello

Alla domanda posta dal titolo azzarderei una prima risposta: intanto, uno scrittore potrebbe chiedere al proprio editore di evitare che un libro di una sessantina di pagine - come questo - debba costare dieci euro.

Le piazze del sapere. Biblioteche e libertà, Antonella Agnoli

Un vitale manuale-manifesto per le biblioteche pubbliche nell'Italia di oggi. Lettura entusiasmante, nonostante alcune perplesità sparse e i dati sconfortanti. Senza considerare poi che la mia cittadina sta per dotarsi di una nuova grande biblioteca pubblica.
Ho approfittatto di questo libro per fare mente locale e stabilire quali sono stati i momenti più esilaranti che mi sono capitati nella mia storia di frequentatore di biblioteche. Ne scelgo tre:

- Biblioteca del Laboratoire d'Anthropologie Sociale del Collège de France, Parigi, circa tre anni fa. Lì il soffitto è molto alto. A un certo punto un ragazzo seduto accanto a me, che di vista avevo già ben presente, comincia a dimenarsi, a guardare in alto e e a sfregarsi i capelli con le mani. Si volta verso di noi e ci dice che ci sono dei ragni che stanno scendendo dal soffitto sulla sua testa, come militari che scendono da un elicottero in volo.

- Biblioteca pubblica André Malraux, in boulevard Raspail, ancora a Parigi, un paio d'anni fa. Lì i tavolini della sala di lettura sono a due posti. Si siede di fronte a me un ragazzo. Passa letteralmente tutta la mattina ad andare in giro per gli scaffali a cercare libri dal formato adatto per costruire una barriera fra la mia metà di tavolo e la sua. Appena la barriera è completa, alta e senza falle, il ragazzo fa una smorfia di compiacimento, riprende i libri, li rimette a posto e se ne va.

- Biblioteca comunale della mia città, pochi giorni fa. Vado al bancone dei prestiti e porgo il libro scelto alla funzionaria, seduta di fronte a me. Mentre lei fa le operazioni che deve fare, mi volto per un momento a guardare nella sala. È a quel punto che sento un gran casino. Mi volto e la funzionaria non c'è più! Sparita, volatilizzata! La sedia era scivolata e lei era finita sotto la scrivania. (Ah, non si è fatta niente).

A proposito, segnalo questa carrellata di foto di 25 meravigliose biblioteche universitarie, considerando però che la scelta è un po' troppo anglosassone-centrica. Nella seconda, la Beinecke di Yale, ci sono stato: le pareti sono fatte di un marmo tagliato talmente fino da farsi penetrare dalla luce, e le striature che vedete lo dimostrano. L'atmosfera che ne risulta è indimenticabile.

Monsieur Pain, Roberto Bolaño

Con gli scrittori di cui cado innamorato mi prende il vizio della completezza, quella specie di senso di dovere - quasi di missione - di leggere tutto ciò che di loro è stato pubblicato. Lo scotto da pagare è la possibilità d'imbattersi anche nelle cose meno riuscite, ovvio. Non voglio dire che Monsieur Pain non sia riuscito, ma non lo inserirò certo nella mia top five dei libri di Bolaño. Nella sua introduzione dice di aver scritto questo piccolo romanzo nell''81 o '82, quindi se ho fatto bene i conti una decina d'anni prima di quei dieci anni di fuoco in cui Bolaño, con un piede nella tomba, ha sfornato i suoi capolavori. Intendiamoci, anche in Monsieur Pain di momenti di puro godimento bolañesco ce ne sono eccome. Un esempio e poi m'azzitto:
" - Simpatia?... Provo per lei la simpatia che prova un condannato a morte per un altro... Vede, ecco a cosa siamo arrivati dopo tanti anni... È ridicolo... La chiamo per insultarla... Mi perdoni..."

Sotto il vulcano, Malcolm Lowry

Fatti sotto!
Va bene Gandhi, va bene la ragionevolezza, va bene il buon senso, ma io credo che per certi libri si debba essere pronti a fare a botte. Io per Sotto il vulcano di Malcolm Lowry lo sono! Fatti sotto! T'aspetto fuori!
Se ricordo bene, non ho mai fisicamente aggredito nessuno, almeno non sul serio. Ricordo di aver subito un paio d'attacchi, questo sì, ma niente di che. Però per questo libro potrei farlo senza troppi scrupoli morali. Vuoi uno schiaffo? Dimmi che è un brutto libro! Vuoi un pugno? Dimmi che non ci si capisce niente! Vuoi una testata sul naso? Dimmi che è un'opera sopravvalutata! Avanti, prova, se ne hai il coraggio. Mangerò spinaci da qui alla prima discussione letteraria con qualcuno.
Santi numi che capolavoro. Appena finito di leggerlo sono corso in biblioteca a cercare altri suoi lavori (purtroppo praticamente tutti postumi, incompleti e frammentari). Ebbene, ho trovato riferimento a una lettera all'editore Jonathan Cape (che aveva valutato il manoscritto pubblicabile eventualmente solo dopo pesanti e innumerevoli modifiche) in cui Lowry compie un'analisi capitolo per capitolo della sua opera spiegando passo a passo perché nessuna parola sarebbe stata modificabile. Quanta sicurezza, che visione precisa, quanta consapevolezza!
La storia è quella del Console Firmin che, in Messico, girovaga e consuma una vita di costante ubriachezza, gelosia e incessante epico ma colpevole struggimento sulla vita e sul mondo (che brutta sintesi,eventualmente meglio dare un'occhiata in rete). Stilisticamente folle ma rigoroso, il libro non ha mai neanche mezzo calo di tensione, e che tensione! Basta, lascio parlare lui, prendo a caso una pagina tra le tante sottolineate e ne trascrivo un pezzo:

"E a questo punto (ricordava il Console ora) si accorse di non aver bevuto un goccio da quasi dieci minuti; e inoltre l'effetto della tequila era quasi scomparso. Aveva gettato uno sguardo per il giardino ed era come se frammenti delle sue palpebre si fossero staccati per mettersi a svolazzare e saltellare davanti a lui, muovendosi nervosamente in ombre e forme, sussultando al colpevole cicalare della sua mente, non ancor voci del tutto, ma queste tornanvano, queste tornavano; un'immagine della sua anima come una città apparve ancora una colta davanti a lui, ma una città, questa volta, devastata, folgorata nel cupo sentiero dei suoi eccessi, e chiudendo gli occhi brucianti egli aveva pensato al perfetto funzionamento del sistema in coloro che vivono veramente, commutatori ben connessi, nervi tesi solo nel caso di un autentico pericolo, e ora in preda a un sonno senza incubi, calmo, non in riposo, ma in equilibrio: un villaggio pacifico. Gesù, com'era esasperata la tortura (e intanto c'era ragione di supporre che gli altri credessero che lui si divertiva immensamente) dell'avere coscienza di tutto ciò e nello stesso tempo della cosapevolezza di come tutto l'orribile meccanismo si venisse disintegrando, con la luce che ora si accendeva ora si spegneva, ora troppo abbagliante, ora troppo fioca, col bagliore di una batteria morente a singulti di luce... per poi finalmente sapere tutta la città sprofondata nelle tenebre, dove ogni comunicazione è perduta e il movimento diviene mera ostruzione e le bombe minacciano e le didee fuggono alla rinfusa... Il Console aveva finito ora il suo bicchiere di insipida birra".

Ecco, capito che roba?
Un proposito assurdo: sfidare Lowry (se solo fosse vivo) a riscrivere tutto il libro togliendo di mezzo l'alcol, come se questo fosse solo un espediente per affrontare livelli della percezione della realtà di cui la letteratura ci saprebbe restituire l'esperienza senza mescal o whisky di mezzo. Il girovagare smarrito del Console è il tremendo e meraviglioso girovagare di tutti noi. Lo sappiamo, ce l'hanno detto i titani come Malcolm Lowry. Dici di no? Vieni qua che ti do un destro!

Il compagno segreto, Joseph Conrad

Lettera agli inquirenti che si stanno occupando del naufragio della Costa Concordia, all'Isola del Giglio.

Gentili Inquirenti,
questa mattina mi sono svegliato decisamente troppo presto, pur avendo forte bisogno di dormire e ricaricare le batterie. Non ero abbastanza lucido per mettermi subito al lavoro, così sono rimasto ancora un po' a letto e ne ho approfittato per mettermi a leggere tutto d'un fiato un libricino che tenevo da tanto sulla scrivania. Ebbene, gentili Inquirenti, dovreste leggerlo anche voi, e a al più presto. Sospetto che sia lì dentro una pista investigativa non trascurabile, per capire quello che è accaduto alla Costa Concordia. Il racconto lungo in questione è Il compagno segreto, di Joseph Conrad.
La vicenda è quella del capitano di una nave immobile al largo di un'isola del sud-est asiatico, in attesa che si alzi almeno un alito di vento per poter riprendere la navigazione. In una notte di inquieta calma piatta, contrarimente alle abitudini il capitano manda tutto l'equipaggio sottocoperta, a dormire. Rimane da solo sul ponte. Ad un certo punto, si accorge di un naufrago in mare, spuntato dal nulla. Lo fa salire a bordo e questo comincia a raccontare la sua storia. Il capitano decide di nasconderlo e salvarlo dal suo destino segnato e... basta, signori, mi fermo qui, perché il finale della storia della Costa Concordia e quello de Il Compagno segreto non è detto che coincidano. E' piuttosto sulle ragioni delle scelte del capitano della nave affondata che il libro può dire qualcosa. Anzi, è sulle ragioni di tutti noi esseri umani inquieti in una notte di calma piatta.

Grazie per l'attenzione, gentili Inquirenti. Buon lavoro.

Il grande Gatsby, Francis Scott Fitzgerald

Accoppiamento giudizioso n.4



Francis Scott Fitzgerald, Il grande Gatsby
/
Emil Nolde, Il mare (1913)
[A giudicare da quest'opera, anche Emil Nolde - in una cui eccezionale mostra capitai praticamente per caso - doveva vedere una luce verde al di là dello stretto, esattamente come Gatsby]

Pecore vive, Carola Susani



Accoppiamento giudizioso #3

Carola Susani, Pecore vive, racconti (minimum fax, 2006)
/
Phantom Limb, opera di videoarte di Jay Rosenblatt (segnalato da Saverio)

Il testo del video, più o meno (la musica è Silentium di Arvo Pärt):
"Know that you will survive. Know that you are not alone. Keep in mind that grief does not proceed in orderly predictable stages. Be prepared for the enormous effort it will take to have a normal, mundane conversation. Cry. Prepare to answer the question: How many children do you have? Go easy on people who say stupid things such as: At least you had her as long as you did. You can always have another child. Don't expect the pain to ever fully go away."

Lettere a Don Julio Einaudi, Hidalgo editorial - Gianni Rodari

Scusate un attimo, cerco si smettere di ridere stringendomi la pancia e poi provo a scrivere questo post.
Ecco, ora dovrei farcela. Questo libretto è una raccolta di lettere che Gianni Rodari spedì alla Einaudi, sua casa editrice principale. Gli scriveva per gestire i suoi libri, concordarne di nuovi, battere cassa e insomma tutte quelle cose che riguardano il rapporto fra un autore e un editore. Ebbene, sono rarissime le volte in cui ho riso così tanto alla lettura di un libro. E ridevo a viva voce, cosa che deve aver fatto pensare ai miei vicini di stanza che sono matto.
Anche se spesso scriveva per questioni economiche, sono sicuro che nella redazione di Einaudi non si faceva che aspettare con impazienza la nuova lettera di Rodari, con uno sguardo di rimprovero al postino ogni volta che se ne presentasse sprovvisto.
Finita la lettura, sono andato subito in internet a vedere di ordinare dieci cento mille copie del libro da regalare agli amici, ma è stato allora che ho scoperto con rammarico che non è più disponibile (eppure fino a poco tempo fa lo era, oppure l'ultima copia sul mercato me la sono aggiudicata io, fra l'altro in una libreria romana tristemente in punto di chiusura). Spero che a Einaudi si pensi già a una ristampa. Ma intanto, proprio verificando la disponbilità del libro, sono incappato in un gentile sito in cui sono state trascritte alcune delle lettere. Sperando di non non far danno a nessuno, eccolo qua.

"E che altro vorreste di più se non cari saluti e abbracci?
Vostrissimo
Gianni Rodari
"

Musica. Una breve introduzione, Nicholas Cook

Avevo affidato a questo gran regalo di Pierre il compito di spiegarmi la strana ragione per la quale c'è un brano metal (!) che durante queste feste non riuscivo a smettere di ascoltare, una volta dietro l'altra, ipnotizzato: Generation, dei Liturgy. Neanche fosse un genere che ascolto abitualmente. Al contrario. (non in senso che l'ascolto al contrario. Quello al limite si fa con i Beatles).
Non credo di avercela trovata, quella spiegazione, ma dal libro ho imparato un sacco d'altre cose, per esempio che il compositore Arnold Schoenberg nel 1918 creò a Vienna una "Società d'esecuzioni musicali" ai cui concerti potevano entrare solo selezionatissimi soci, che avevano il divieto assoluto di applaudire e di parlare alla stampa delle esibizioni cui assistivano. Quel che si dice divulgazione.
C'è però qualcos'altro che ha reso speciale l'incontro con questa celebre guida di Nicholas Cook: il fatto che la leggevo proprio nei giorni in cui ho potuto essere presente alle sessioni di registrazione di un progetto musicale di miei amici cari. Snow in Damascus, si chiamano (quanto provvisoriamente o definitivamente non lo so). Fossi più bravo come promoter, aggiungerei: meglio tenere a mente questo nome. Ho passato qualche ora serale in studio con loro e la mia presenza lì aveva più o meno la stessa utilità dell'attaccapanni (anzi...), ma per me è stata un'esperienza "riscaldante" su più fronti. Una volta che il loro album sarà pronto, gli suggerirò di organizzare concerti in cui sarà vietato applaudire e di cui la stampa non dovrà sapere niente.

La foresta della notte, Djuna Barnes

Djuna Barnes per due ragioni.
La prima. Fra i personaggi citati da Woody Allen in Midnight in Paris ce n'era uno il cui nome non mi suonava nuovo ma che non avrei saputo dire chi fosse: Djuna Barnes. Qualche tempo dopo aver visto il film, eccomi capitare il suo libro più importante fra le mani, in una bancarella (a proposito, leggete l'ultimo brevissimo capitolo, se capita fra le mani anche a voi). Il venditore, senza che glielo chiedessi, mi ha fatto uno sconto adducendo questo motivo: "Il mio vicino di banco mi ha appena offerto un whisky e voglio festeggiare questo momento anche con te".
E poi c'è l'altra ragione, più scottante. Si tratta del mio bisogno di recuperare sulla questione "pari opportunità". Ho scelto Djuna Barnes come mia personale paladina femminista, eletta per avviare la riscossa: una riscossa contro me stesso. Mi spiego.
Qualche tempo fa c'è mancato poco che il ministro Elsa Fornero se ne andasse sdegnata dalla sala dell'incontro a cui stava partecipando. Si trattava di un confronto fra i membri del Governo e i sei rappresentanti del Forum dei Giovani (di cui non avevo mai sentito parlare, detto fra noi, e da cui però sarei rappresentato anch'io, dice). Ebbene, di quei sei rappresentanti, sei erano uomini e zero donne. Constatata la cosa, Elsa Fornero ha dichiarato "così non si va da nessuna parte", e quasi se ne andava. Grande, brava, finalmente, bravissima, era ora, mi ero detto, tutto onestamente entusiasta.
Poi però ho ricevuto una certa mail di "commento statistico" a questo mio diario di lettura. Oggetto: "no comment!". Eccola:

"Numero: 9
Specifico: Gertrude Stein x2, Agatha Cristie, Cynthia Saltzman, Zadie Smith, Elsa Morante, Helene Hanff, Eggers & Vida, Agota Kristof, Goliarda Sapienza.

Periodo: agosto 2006 - nov 2011
Numero totale post: 226

QUINDI: 2 autrici/anno

Possiamo supporre che sui 226 post 200 hanno avuto come argomento principale un libro solo (anche se secondo me sono stati più). Il che ci dà una percentuale di 0.5% dei tuoi post su delle scrittrici!!!

Conclusione: maschilistaaaa!
"

Ops.

Il tempo materiale, Giorgio Vasta



Accoppiamento giudizioso #2

Giorgio Vasta, Il tempo materiale (2008)
/
Una cartolina da Apecchio, a pochi chilometri da casa mia.

"Appena sento la musica d'arpa arrivare dal soggiorno torno dentro e vado a guardare l'Intervallo. Che dovrebbe essere una pausa, la toppa tra i programmi. Ma per me è l'ipnosi. Il ponte a schiena d'asino di Apecchio..."
(Il tempo materiale, pagina 10).

Open. La mia storia - Andre Agassi



Accoppiamento giudizioso #1

Andre Agassi (con J.R. Moehringer), Open. La mia storia (Einaudi Stile Libero, 2011).
/
La scena finale di Blow Up, di Michelangelo Antonioni (1966).

Gli indifferenti, Alberto Moravia

Mi sono imposto una pausa dalla tesaccia e sono andato a visitare la casa-museo di Alberto Moravia. La tengono aperta al pubblico ogni primo sabato mattina del mese, non di più. La guida mi ha ripreso tre volte, perché rimanevo sempre indietro a scrutare morbosamente la biblioteca, mentre lei parlava dei quadri che gli regalavano i suoi amici pittori e di tratti biografici che mi lasciavano perplesso. Nella biblioteca, il primo libro su cui mi sono caduti gli occhi è stato L'immoralista, di André Gide. Non dev'essere stato un caso.
Speravo di trovare, al momento di uscire, un libro degli ospiti, come succede in molti musei o mostre. Ma non c'era. Ci avrei scritto, con un bel tocco di patetismo: "Gentile Moravia, sono venuto a spiare casa Sua dopo solo qualche giorno aver finito di leggere i Suoi Indifferenti, e sa cosa Le dico? La casa dove si svolgeva la storia non la immaginavo troppo diversa da questa. Ma non si offenda, eh? Cordialmente, ecc.ecc."

I detective selvaggi, Roberto Bolaño

2 novembre
Sono stato cordialmente invitato a far parte del realismo viscerale. Naturalmente, ho accettato. Non c’è stata cerimonia d’iniziazione. Meglio così.

È così che inizia I detective selvaggi, un libro che non sarà facile scrollarsi di dosso, soprattutto perché farò mai niente per farlo. Al contrario, farò di tutto perché non accada. Lo farò come se fosse una questione di vita o di morte, esattamente ciò che è la poesia per i personaggi del libro: una questione di vita o di morte.
I detective selvaggi è “una storia di poeti perduti e di riviste perdute sulla cui esistenza nessuno sapeva una parola”, e non mancano neanche gli ingredienti delle storie di detective quelle vere. Quella del libro di Bolaño è gente che per la poesia fa a botte, scatena delle risse e minaccia di spaccarsi la faccia. Gente le cui amicizie si fondono sulla malattia o sul rancore. Che fanno letteratura per i tempi di disperazione (“Grave errore, come vedremo”). Gente che si mette sull’attenti, a fare il saluto ai soldati caduti in battaglia, dopo che qualcuno ha letto l’indice dei nomi di un libro sulle avanguardie artistiche. Gente che “pensa tutto il tempo in termini di letteratura”. Gente con dei libri di poesia sempre bagnati o incurvati perché li legge sotto la doccia. “Uomini che entrarono nel turbine della storia e ne uscirono rivestiti dei più scintillanti e atroci stracci”. Gente che guarda perplessa i punti cardinali. Gente che i problemi una volta li chiamava “sorprese”. Gente che cerca delle spade e sfida a duello i critici che potrebbero parlare male della loro poesia. Gente che crede fermamente che poesia e carcere sono sempre stati vicini. Gente che “si accontenta di pensare all’immensità dell’universo”.
Alla fine della giornata in cui poi, di notte, avrei finito di leggere I detective selvaggi, ho fatto una passeggiata nella brutta libreria della brutta stazione. Lì ho sfogliato Tra parentesi, la raccolta di articoli, interventi e conferenze di Bolaño. Nella quarta di copertina, i signori di Adelphi hanno messo una citazione da un discorso in cui Bolaño dice: “Mi commuovono i giovani che si addormentano con un libro sotto la testa.”. Quasi mi sono messo a urlare. È stato esattamente ciò che involontariamente mi successe con il suo 2666, e lo raccontai anche qui lo scorso luglio. Fra l’altro, ancora devo smaltire del tutto il mal di collo. Bolaño si sarebbe commosso per me, insomma. Saperlo mi pare una giusta contropartita, visto che io con I detective selvaggi mi sono continuamente commosso per lui.

La letteratura nazista in America, Roberto Bolaño

Tre annotazioni/collegamenti sulla lettura di questo libro:

1) La nota n.24 di Infinite jest di David Foster Wallace, in cui viene dettagliatamente riportata la nutrita e complicata filmografia dell'autore cinematografico sperimentale James O. Incandenza (personaggio del romanzo che si suicidò infilando la testa nel forno a microonde). Nessuno di quei film esiste realmente, come del resto i libri del compendio di Bolaño.

2) Il padiglione dell'America latina alla Biennale di Venezia: il video di Leticia El Halli Obeid (argentina), con lei che viaggia in un treno urbano. Sta trascrivendo in un quaderno l'altisonante lettera Carta de Jamaica di Simon Bolìvar, mentre però dal finestrino scorrono le zone più degradate di Buenos Aires. Oppure, un metro più in là, il video di Alexander Apòstol: la stessa lettera viene fatta leggere nella sua traduzione inglese a indios peruviani e contadini semianalfabeti. E' tutto un balbettio, significativamente.

3) Bolaño che, a pagina 51, dice di uno degli autori immaginari che "detestava la pittura veneziana": ho letto questo passaggio in treno neanche un'ora dopo aver visitato la Galleria dell'Accademia a Venezia.

Stella distante, Roberto Bolaño

"Come girava le pagine? Con la lingua, come dovremmo fare tutti!"
Ho finito di leggere l'eccezionale Stella distante di Bolaño - dove i poeti-assassini scrivono poesie nel cielo con il fumo degli aerei - mentre aspettavo il bus, il 492, nel tardo pomeriggio romano di ieri. Parentesi: il libro è piccolo, ma con i tempi di attesa romani avrei potuto leggere per intero I miserabili senza troppa fretta.
Il bus è partito ma, dopo qualche fermata, è dovuto rimanere fermo per diversi minuti. Dove? Di fronte alla Biblioteca nazionale, proprio dove stavo andando. Lì era prevista un'assemblea pubblica - "Carta batte forbice" - sulla situazione d'emergenza in cui versano le biblioteche pubbliche italiane, e la cultura in generale, e l'Italia in generale, e noi in generale. Siamo arrivati nel momento esatto in cui i manifestanti, a cui era stato negato l'accesso alla biblioteca, stavano bloccando il traffico. In particolare, proprio il bus dov'ero io. Per me poco male, visto che volevo scendere, ma il problema è stato che non mi lasciavano farlo: "per motivi di sicurezza non posso aprire", mi diceva l'autista. Bolaño in Stella distante: "Senza timore della pioggia né dei lampi. Senza temere, soprattutto, l'incoerenza".
Molti dei manifestanti - gente di tutte le età, fra cui molti bibliotecari e insegnanti - si erano seduti per terra a leggere dei libri, ma la Polizia stava usando la forza per sgomberare la strada. L'unica cosa che potevo fare erano delle foto con il mio cellulare da dentro il bus e spiegare di cosa si trattava ai viaggiatori che sbuffavano. Poi ce l'ho fatta a uscire, e ho trovato questa situazione. Pareva d'essere allo stadio, con camionette della Polizia dappertutto e cordoni a bloccare l'ingresso. Quel che è buffo è che la Polizia sta subendo tagli proprio quanto la cultura. Del resto, siamo tutti sulla stessa barca: un Paese che fa ridere.
La protesta si diffonderà alle altre biblioteche? Non lo so, lo spero, se nel modo giusto. In ogni caso, rientrando a casa, ho tirato di nuovo fuori dalla borsa Stella distante di Bolaño. Vedere quella gente leggere dei libri seduti in mezzo all'incrocio stradale di fronte a una grande Biblioteca mi aveva dato voglia di rileggerne qualche pagina, qualche passaggio. Per esempio: "Un capitano, che non si trovava nel palco d'onore, disse che in Cile tutti gli atti poetici finivano in un disastro. Perlopiù, sono soltanto disastri individuali o familiari ma alcuni si trasformano in disastri nazionali". Già.

Santi patroni padani, Tiziano Colombi

Un ultimo post prima che il Governo decida che i blog come questo possano parlare solo di libri pubblicati da politici (e non tutti) e personaggi televisivi (e non tutti). Considerate le decisioni di ieri, la strada è quella.
Esagerazioni a parte, vorrei segnalare un libro piccolo piccolo e prezioso che ha scritto Tiziano Colombi (Effigie edizioni). Si chiama Santi patroni padani. Sono dieci brevi racconti (quasi delle poesie, per il loro stile) in cui immigrati e barboni della "cristiana e celtica Padania" [risate del pubblico] non sembrano persone poi così lontane dai Santi protettori di quelle stesse terre...
L'ho finito di leggere ieri sera, prima di uscire per una piccola passeggiata nel quartiere. Camminando, ho incontrato come al solito un paio di mendicanti e di ragazzi africani che non sembrano passarsela un granché. E mi sono accorto che questo libro mi aveva già cambiato il modo di guardarli. Dovrò fare in modo di rileggere Santi patroni padani periodicamente, ché a queste cose ci si abitua troppo in fretta.

Dissipatio H.G., Guido Morselli

Buffo, nello stesso periodo in cui si sta lavorando a una tesi di antropologia, leggere un romanzo e trovarci scritto: "E la società, dopotutto, era semplicemente una cattiva abitudine". Lo prendo per buon auspicio.
Quel romanzo era Dissipatio H.G. (dove H.G. sta per humani generis) di Guido Morselli (Adelphi). La storia è quella di un uomo complicato che decide di suicidarsi e va a farlo in una grotta, all'ultimo momento però ci ripensa, esce e capisce di essere rimasto nel frattempo l'ultimo uomo sulla terra. Gli altri sono tutti spariti. Tutti. Nessuna catastrofe naturale (al contrario), proprio spariti, dissipati, non si sa né come né perché. E il romanzo racconta di quel che quell'uomo fa e pensa in quel nuovo mondo tutto per lui. Lasciatemi dire "destabilizzante". Piccolo particolare: l'autore si è suicidato pochi mesi dopo averlo scritto.
"E con questo si chiude la cronaca esterna dell'evento, si apre quella interna. Ma non cederò allo psicologismo intimistico: ormai la mia storia interiore è la Storia, la storia dell'Umanità. Io sono ormai l'Umanità, io sono la Società (U e S maiuscole). Potrei, senza enfasi, parlare in terza persona: 'l'Uomo ha detto così, ha fatto così...'. A parte che, dal 2 giugno, la terza persona e qualunque altra persona, esistenziale o grammaticale, s'identificano necessariamente con la mia. Non c'è più che l'Io, e l'Io non è più che il mio. Sono io."
Qualche perplessità ce l'ho, lo ammetto. Questo rotolarsi in un nichilismo che "si presta alla ragioneria", per esempio. E poi lo stile, che nella sua particolare ricercatezza a volte mi sembra quello di (esagero) un dilettante che si voglia mostrare capace di parlar difficile. Ma guai a negare che si tratta di un gran libro. A un certo punto il protagonista trova nella stalla dei suoi amici montanari una mucca che sta placidamente mangiando le copie del libro scritto da lui stesso, Psicologia del conscio. E se quel libro fosse invece proprio Dissipatio H.G.?

Gli esordi, Antonio Moresco

...è tornato in libreria (oltretutto con un'opera del "nostro" Burri in copertina) e mi pare decisamente il caso di segnalarlo. Eccolo.

Un romanzetto canaglia, Roberto Bolaño

Da parte mia sono disposto ad accettare di considerare Un romanzetto canaglia come una cosiddetta "opera minore" di Roberto Bolaño, ma in cambio voglio l'autorizzazione a raccontare un insignificante aneddoto a proposito della mia lettura di quel libro.
Nel 2002, mentre Bolaño stava lavorando a 2666, l'editore spagnolo gli commissionò una storia per una collana in cui vari scrittori avevano scelto ognuno una città europea dove ambientare una loro opera. Bolaño accettò e stranamente scelse Roma. Vi fece accadere la morbosa vicenda di una ragazza che prende parte a un tentativo di rapina a una vecchia star del cinema, Maciste.
Ho letto il piccolo piccolo romanzo in questione durante un viaggio in pullman da Roma a Città di Castello. Per andare a prendere quel pullman, ho camminato per una ventina di minuti lungo la via Tiburtina, fino alla stazione. Fra un passo e l'altro, mi dicevo che ero contento di approfittare di quel viaggio per leggere un altro Bolaño, che era già nella mia borsa e che per di più era ambientato a Roma. Bene. Lascio la via Tiburtina, salgo sul pullman, partiamo e comincio a leggere. Dopo qualche pagina, la protagonista dice "camminavo lungo la via Tiburtina"...

Notturno cileno, Roberto Bolaño

Ho scoperto che esiste un paese di nome "Cile". Dovrebbe trovarsi dalle parti dell'Isola di Pasqua.
Di Cile ho sentito parlare in una delle cose più belle che io abbia visto negli ultimi anni. E' un documentario di Patricio Guzman, "Nostalgia de la luz". E' ambientato nel deserto dell'Atacama, con i suoi osservatori astronomici, con le sue tracce precolombiane e con quelle donne che ancora lo percorrono pazientemente alla ricerca dei resti dei loro cari, portati via dalla dittatura. Una meraviglia, sia visivamente che per ciò che vi si dice. Il documentario l'avevano presentato a Cannes un paio d'anni fa e io l'ho visto in un cinema di Parigi, ma spero proprio che verrà distribuito anche in Italia. Aspettando, visto che ho voluto anche comprarne il DVD (come molto raramente succede), intanto ai miei amici lo faccio vedere io, promesso.
E' da non poco tempo che fantastico di un viaggio in "sud-sudamerica". Ero tutto concentrato sull'Argentina, sicuro che in un certo modo di andare in Cile non ci fosse bisogno. Be', un cavolo. Leggendo guide e raccogliendo segnali come quel documentario, il Cile si è imposto come un obiettivo a suo modo urgente. Senza contare che mi sono anche innamorato di Camila Vallejo, la leader dell'attuale protesta popolare in Cile, quindi cosa sto aspettando? Ok, scherzo.
Dopo la bellissima sbornia narrativa di "2666", non avevo ancora voluto leggere altro di Bolaño, ma ormai era tempo. Il breve "Notturno cileno" è il monologo di un prete dell'Opus Dei e pro-Pinochet (un angioletto, insomma) che, dal suo letto di morte, racconta alcune delle cose che gli sono successe nel vortice storico del Cile degli ultimi 50 anni. Il limite con il delirio è sempre molto vicino, il flusso narrativo è inarrestabile, la postura poetica è un imperativo costante. Grande Bolaño.
Dev'essere quel senso onnipresente di disperazione. Ecco, dev'essere quella sorta di obbligo morale di tenere sempre sempre sempre accanto a sé i motivi di disperazione di cui solo un tale tenore poetico può rendere conto. Dev'essere quel camminare sempre sul margine di quella disperazione, come fosse il sentiero in cui tutti le altre dimensione della vita - la sua bellezza, o il contrario, il sublime - sono ben più visibili, e godibili, e proteggibili. Dev'essere questo che Bolaño mi prende così tanto. Se non fosse per paura di mancare di rispetto a chi ha dei veri motivi di disperazione, sarei già sicuro di una sintonia con lui che poggia su quelle basi. Ok, calma con l'entusiasimo. E' presto per dirlo, mettiamola così. Bolaño ha scritto tanto e io letto ancora poco. Ci risentiamo. Ma calma di che?


P.S. Ecco il trailer di "Nostalgia de la luz" (sottotitoli in inglese)

Bouvard e Pécuchet, Flaubert

Il libraio sotto casa m'ha regalato un libro e io l'ho ringraziato abbandonandolo dopo poche pagine. Alé.
Non starò a dire il nome del libro e dell'autore, altrimenti poi mi dispiace. Dirò solo che inizia per Charles e finisce per Dickens, ma non mi si chiedano altri indizi.
Diciamo che, degli ultimi due romanzi che mi sono passati per le mani, uno l'ho abbandonato io e uno l'autore. Per la precisione, io annoiandomi prima di finire di leggerlo, lui morendo prima di finire di scriverlo. Flaubert, parlo di Flaubert. A proposito, per un bel po' basta Flaubert, altrimenti mi dovrò far crescere dei baffi come i suoi.
Non che ci sia niente di male ad abbondare un libro, ovvio, ma mi dispiace che sia toccato proprio a questo (ah, che fra l'altro è "Our mutual friend"). E' che me l'ha regalato il libraio sotto casa mia, dopo un anno passato dirci bonjour et bonsoir e a scambiarci sorrisi inspiegabilmente sinceri. Tempo fa gli abbiamo regalato qualche volume rastrellato dalla nostra libreria, che stiamo snellendo per il trasloco. Poi, la settimana scorsa, quando mi ha visto sfogliare questo Dickens dalla cassa di libri che tiene fuori della bottega, non ha voluto sentire storie e me l'ha dato. E io non c'ho messo tanto a riporlo senza finirlo. Bonjour, bonsoir, sorriso.
Dopodiché sono passato all'ultimo libro di Flaubert di cui sentivo l'urgenza di leggere, Bouvard e Pécuchet. La storia è quella di due strambi (strambi?) signori che diventano amici e che si interessano a tutto lo scibile umano, con una concatenazione di fissazioni (agronomia, filosofia. archeologia, anatomia, chimica ecc.). Non rovino niente se dico che gli esiti sono sempre comicamente disastrosi.
Mi pare di aver colto i motivi per cui questo libro è spesso considerato di culto e genitore naturale di varie successive rivoluzioni letterarie, ma ammetto di averlo letto con l'approccio del vedere "di cosa si tratta", che non è certo il modo più nobile e godereccio di leggere un romanzo.
Eppure, tutto ciò non mi ha impedito di capire cosa stava in realtà facendo Flaubert in quelle pagine: mi stava prendendo per il culo.
E sì perché, a dirla tutta, in un certo idiota modo di fare di Bouvard e Pécuchet mi ci sono spesso ritrovato, e allora c'è stato più o meno da ridere. Non è la prima volta che mi capita di sentirmi preso per il culo da un grande scrittore (era successo con Nabokov, per esempio) e devo dire che la sensazione è tutto sommato benefica. Ora aspetto solo di passare a qualche altro grande scrittore che mi insulti, o che mi malmeni direttamente, e poi a posto. Tutta salute.

Tre racconti, Corrispondenza - Flaubert

Penso ai "Tre racconti" come le b-sides di un EP di un gruppo che amo (The Flauberts, Radioflaubert, Flaubert and the Machine, Anthony and the Flauberts, Credence Clearflaubert Revival, Flauberting Lips, Flaubex Twin, "The Who? Flaubert!", Pink Floybert, ecc.). E non si tratta di uno di quei casi in cui le b-sides sono sorprendenti e ci si chiede perché non siano state incluse nell'album.
A pensarci bene, forse questo paragone con le b-sides viene dal dispiacere nel vedere le immagini dell'incendio di Londra che ha distrutto il magazzino di innumerevoli ed eccezionali etichette indipendenti inglesi.
Dicevo, questi Tre racconti non mi paiono niente di eclatante. Certo, ci sono dei passaggi che vale la pena incontrare, però insomma tuttavia del resto nonostante affatto in fin dei conti tutto sommato in ogni caso ad ogni modo. Di certo c'entra anche il fatto che, di questi tempi, sulle cose che leggo non ci sto tanto con la testa e gli dedico molto meno tempo del solito. Quando avrò consegnato la tesi, leggerò Guerra e pace in una notte e, come Woody Allen, mi accorgerò almeno che parla della Russia (così dicono).
Ok, i Tre racconti no, ma, fratelli e sorelle, le lettere di Flaubert... Aaaah le sue lettere! Mai avrei pensato di entusiasmarmi così per la corrispondenza di uno scrittore del IXX secolo. Racconta del suo vivere per e nella scrittura, dei suoi viaggi, della sua idea d'arte, fa il romanticone, fa la cronaca della lavorazione dei suoi romanzi, racconta episodi buffi, si arrabbia con gli amici e pastura le damigelle del tempo. Alcune delle trepidanti lettere scritte durante il lavoro su Madame Bovary meriterebbero di essere incluse nel romanzo, per impreziosirlo ancora di più.
Prendo un passaggio letteralmente a caso fra i centomila sottolineati nel volume di lettere scelte che mi sono procurato*:
"Le opere più belle hanno questa caratteristica. Sono serene d'aspetto e incomprensibili. Quanto al loro procedimento, sono immobili come delle falesie, burrascosi come l'oceano, piene di fogliame, di verde e di mormorii come i boschi, tristi come il deserto, blu come il cielo. Omero, Rabelais, Michelangelo, Shakespeare e Goethe mi appaiono spietati. Tutto ciò è senza fondo, infinito, multiplo. Attraverso delle piccole aperture, s'intravedono dei precipizi; in basso c'è del nero, della vertigine. Tuttavia, qualcosa di singolarmente dolce aleggia sull'insieme! E' lo scoppio della luce, il sorriso del sole, e tutto è calmo! E' calmo!"
(lettera a Louise Colet, 26 agosto 1853)
Spietati! Giusto, spietati!
Potrei passare tutta questa nottata a trascrivere qui altri passaggi che più mi hanno entusiasmato, ma non lo farò: ho delle lettere da scrivere. Nelle buste con cui le spedirò allegherò dei CD con le mie b-sides preferite di sempre.


* In italiano, la migliore raccolta delle corrispondenza pare essere L'opera e il suo doppio. Dalle lettere., a cura di Franco Rella, Fazi Editore

L'educazione sentimentale, Flaubert

Fra ciò che mi commuoveva de "L'educazione sentimentale", c'erano anche i bellissimi e dettagliati percorsi di Frédéric, il protagonista, attraverso Parigi. E allora mi sono detto che anche a me piacerebbe riflettere qualche minuto sul mio abituale percorso parigino. Fino a qualche giorno fa, lo ripetevo tutti i giorni per andare e tornare a piedi dal laboratorio dove trascorrevo le mie giornate, e che ora è chiuso per ferie. E' quel che si dice la quotidianità, ma una quotidianità che dovrò abbandonare presto.
Dunque, di solito...
Dopo aver finto di arrabbiarmi con le vicine (due simpatiche sorelle) che lasciano la busta dell'immondizia sul pianerottolo, chiudo la porta del mio minuscolo rifugio sottotetto, scendo le scale in parquet e mi ritrovo in rue Bréa.
Proprio accanto alla porta del palazzo dove abito c'è una libreria che tiene fuori anche un banchetto di libri usati in inglese e francese. L'ora in cui esco io è la stessa in cui il libraio, un signore sulla sessantina con gli occhiali e baffi bianchi, tira fuori i volumi per metterli alla vista dei passanti. Abbiamo passato un anno a dirci "bonjour" e a sorriderci tutti i santi giorni, ma non ci siamo mai detti una parola di più (tranne quando gli capita di aggiungere "monsieur"). Dovremo pur conversare un po', prima o poi. Ma forse no.
Lungo la via, passo accanto a più caffè, dove c'è gente che fa colazione con dei croissants che mi andrebbe di strappargli di bocca e mangiarlo io (ma gentilmente, eh...).
Superata una piazzetta entro in rue Vavin e, all'ora in cui passo, c'è sempre la fioraia di origine giapponese che tira fuori i fiori dalla bottega e li espone per strada, davanti alla vetrina. Li annaffia e, con delle forbici che pensavo adatte piuttosto per il pollo, pota qua e là per renderli più presentabili. Una volta, parlando, mi ha detto di conoscere Perugia per via di Nakata, il calciatore. Bah.
Poi passo di fronte a un paio di fast-food e l'odore che già esce dalle loro porte mi disgusta sempre, a me che di solito non ho delicatezze di questo tipo. Poco più avanti, c'è una gelateria che si chiama "Amorino - Gelato italiano". Per darsi un tono, hanno il vezzo di scrivere i nomi dei gusti in italiano, allora io quando ci vado (di rado, a dire il vero) mi diverto a chiederglieli appunto in italiano, come del resto sono scritti. Ed è buffo vederli in difficoltà a capire cosa sto dicendo, ma ci facciamo una risata su e via.
A quel punto entro nel Jardin de Luxembourg.
Il mio percorso abituale costeggia un grande spazio del parco dedicato ai giochi per i bambini, con scivoli, altalene e cose del genere. Di pomeriggio, quando ci passo per tornare, le voci dei bambini e di chi li accompagna sono tantissime e allegramente assordanti, ma di mattina non c'è mai anima viva. Non resisto mai al camminare lì accanto senza distogliere lo sguardo da quei giochi deserti, come fosse un bosco in cui la nebbia renda quegli alberi più soli di quel che sono.
Continuo e trovo dei campi da tennis. Non c'è una volta in cui, vedendo lì giocare qualcuno, non mi dico che sarebbe forte chiedere al mio babbo di portarmi con lui a fare qualche scambio in un campo di Città di Castello, ma a tennis sono talmente scarso che sono sicuro che lui passerebbe tutto il tempo a prendermi in giro.
Dai campi da tennis in poi, superata la postazione delle guardie del parco (spesso visibilmente ancora insonnolite), comincia la parte più turistica del parco. Ma la mattina presto me la cavo bene: la gente è poca e, cosa buffa, solitamente con un'aria spaesata.
Accanto al palazzo del Senato c'è un piccolo palco circolare coperto dove spesso fanno dei concerti. Tutte le mattine ci trovo lì un anziano signore dai tratti orientali che, in jeans e maglietta (qualunque sia la stagione), sta in mezzo al palco a compiere una sorta di danza/arte marziale (tai-chi o simili). Mi pareva un tizio decisamente elegante, finché un giorno non l'ho trovato a pisciare tranquillamente in un cestino lì accanto.
Costeggio la statua di una specie di satiro della mitologia latina (ammetto di non essermi mai preoccupato di leggere l'iscrizione che spieghi chi sia esattamente) ed esco dal parco.
Nell'ultimo periodo, un sassofonista ha cominciato a sistemarsi tutti i giorni lì all'uscita su Boulevard Saint-Michel. Suona da seduto, ha indosso un gilet da pescatore e, accanto a sé, un carrello a due ruote di quelli che le signore usano per andare al mercato. A vederlo sembra più altro un barbone, ma poi lo ascolti e ti rendi conto che quel che suona è tutt'altro che banale. Pare free jazz. Quell'uomo deve aver vissuto le stagioni del jazz arrabbiato e dissonante (Ornette Coleman Pharoah Sanders, Eric Dolphy, il tardo Coltrane ecc.). Lì dove suona lui c'e una rotatoria e il traffico è tanto. Vederlo lì mi fa ripensare a quella storia secondo cui il grande Sonny Rollins avrebbe quello stile così potente perché era abituato ad esercitarsi sul passaggio pedonale del trafficatissimo ponte di Brooklyn, e per sovrastare il rumore delle auto doveva soffiare fortissimo nel sassofono. Passare di fronte al sassofonista de Luxembourg e ascoltarlo almeno per un minuto mi fa allungare di qualche metro il percorso, ma ogni tanto lo faccio volentieri. Un giorno o l'altro dovrò fermarmi da lui e dirgli di quella storia di Sonny Rollins.
Aspetto che al semaforo dei pedoni scatti il verde. Un po' come una meridiana o la capacità di capire che ora è guardando la posizione del sole, si potrebbe subito ricordarsi che mese è semplicemente osservando per qualche secondo il numero di pullman turistici che ti passano davanti.
Passo accanto all'immancabile McDonald's, dove c'è sempre qualche coraggioso (o disperato, o onesto) che fa colazione. Poi comincia la salita, con il Pantheon che ad ogni passo si para più solenne ma meno interessante. Tempo fa, mentre passavo su quel marciapiede, mi sono trovato casualmente in mezzo alle riprese di un film. Camminavo e mi chiedevo tutto sognante chissà quale grande regista stesse filmando lì il suo nuovo capolavoro. Poi per caso mi volto e vedo a pochi metri da me Massimo Boldi. Sì, lui. Chiedo a un tecnico e mi dice che stavano girando "Natale a Parigi". Giuro. Che tristezza.
Passo accanto alla cupolona e costeggio l'Henry IV, l'importante liceo di Sartre e gente del genere. Ma io ripenso ai miei giorni del Liceo, e non c'è Sartre che tenga, nonostante tutto.
Continuo la strada - finalmente in discesa - supero delle antiche mura di cui non ho mai approfondito la storia, volto a sinistra e, appena prima della caserma dei pompieri, eccomi arrivato alle biblioteche del Collège de France, in rue Cardinal Lemoine. Faccio il codice magico per dischiudere il portone ed ecco a darmi il buongiorno Fiji, la cagnona del guardiano (uno dei rarissimi cani di cui non ho paura, o quasi). Poi m'infilo nelle strette scale: due piani ed eccomi alla porta del Laboratoire d'Anthropologie Sociale. Nella hall saluto la buffa Marie-Claudine ed entro in biblioteca. Firmo nel registro delle presenze, saluto gli altri eventualmente già arrivati, "ça va? oui, et toi") e, al mio solito posto, tiro fuori dallo zaino il computer e i vari quaderni e libri.
Mentre aspetto che il computer si avvii, alzo lo sguardo a destra e sinistra. A destra, rivedo con una specie di tenerezza la grande e altisonante iscrizione - eredità dell'antico utilizzo di questa sala - che recita "Per la patria, la gloria e la scienza". A sinistra, invece, alzo lo sguardo verso la vetrata dell'ufficio di Claude Lévi-Strauss, con la solita sensazione che, prima o poi, dovrà pur affacciarsi e accennarmi un saluto con la mano. Peccato però sia morto da due anni.
A quel punto, non ho più scuse e devo cominciare il lavoro. Ma prima, a ripensare a questo mio percorso, torno per un attimo al pensiero de "L'educazione sentimentale" e in particolare della sua prima pagina. Lì, Flaubert scrive che Frédéric "presto, mentre Parigi stava sparendo, fece un gran sospiro". Eggià.

2666, Roberto Bolaño

Un episodio dall'inizio e uno dalla fine della mia storia di lettore di 2666 di Roberto Bolaño.
Pochi giorni dopo averlo cominciato, la sera del 26 giugno mi sono a messo a leggere il romanzo a letto e dopo un po', come sempre, non ce la facevo più a stare sveglio, ho spento la luce e buonanotte.
Poi però la mattina mi sono svegliato e avevo un gran male al collo.
Strano, mi sono detto, non mi capita mai.
Mentre mi massaggiavo il collo, poi, mi sono accorto casualmente che il cuscino era più alto del solito. Lo alzo e cosa ci trovo sotto? 2666, con le sue quasi mille grandi pagine. Bah.
Non so perché e non ricordo assolutamente il momento in cui l'ho fatto ma, invece di poggiare il libro accanto al letto, come sempre, evidentemente m'è venuto da metterlo sotto il cuscino. Chissà. Probabilmente dovevo già aver capito di avere a che fare con un libro da cui non sarei uscito indenne. Giusta intuizione. Dovevo forse aver sentito il bisogno inconscio di "dormirci sopra", perché 2666 è roba che, per scottare, scotta eccome.
E c' è poi l'episodio della fine. Il 14 luglio qui a Parigi si ostinano a fare, oltre quella grottesca parata militare (del 2011 ancora...), gli interminabili fuochi d'artificio alla torre Eiffel, per celebrare la festa de la République.
Io sono rimasto a casa e dalla mia finestra la torre non si vede, così tutto quel che mi arrivava della faccenda erano i rumori. Insomma, per quel che mi riguarda poteva essere anche un bombardamento in corso: i rumori erano gli stessi.
Io sono uno di quelli a cui, pur non avendo vissuto nessuna guerra, i fuochi d'artificio dànno l'angoscia. E' più forte di me. Ebbene, sentirsi in mezzo a un bombardamento era l'atmosfera giusta per leggere le ultime pagine di 2666. Così ho fatto. Ho letto le ultime pagine fra un "fiuuuuum bummm!" e l'altro. Il giusto finale. Non avrebbe dovuto essere altrimenti.


P.S. Ecco un bel saggio che parla veramente del libro, non come me.

Il responso della giuria

La giuria del premio personale "letture-nevrotiche-delle-ultime-sere" ha stilato una classifica delle letture-nevrotiche-delle-ultime-sere, tutte casualmente di area angloamericana. Giurati: io. Presidente della giuria: io.

1) Nick Hornby, Shakespeare scriveva per soldi: in generale non sono un grande fan dell'Hornby romanziere ma, ragazzi, questi suoi articoli sono un vero spasso (questa ne è la seconda raccolta, dopo Una vita da lettore). Il titolo della rubrica originale per il gran mensile The Believer è "Stuff I've been reading", il che la dice lunga. Mi sa che al suo modo di incrociare quotidianità e letture devo molto di più di quel che penso.

2) Robert Pogue Harrison, Roma, la pioggia... A che cosa serve la letteratura?:
"Nello scaffale più altro della sezione di poesia, vicino ad alcuni libri di Auden, vidi due copie di un piccolo volume di Leonard Ash. Pochi anni prima la libreria ne aveva quattro. Una copia era stata acquistata da un'amica; lo sapevo con certezza. Ma non riuscivo a immaginare chi avesse potuto comprare l'altra. Comprai le ultime due e le gettai in un bidone della spazzatura in via del Babbuino."

3) Andrew Laties, The rebel bookseller: Un libro sulla storia di questo celebre libraio e consigli per aprire una libreria indipendente. Un libro assolutamente pericoloso, insomma. A proposito: che bello comprare un libro, leggerlo, dirsi "bello ma un po' datato" e poi accorgersi che sta per uscirne una edizione aggiornata, che non comprerai. Del resto, come dice Laties, il motto è "ADA": Adapt Dont't Adopt.

Anzi, a pensarci bene: tutti e tre a parimerito. La Giuria ha deliberato.
Premi? Giurie? Presidenti? Ma che dico?! Come si può notare, ho una specie di "esaurimento nervoso da lettore". E' un periodo frenetico, un impegno mastodontico incombe, e quando leggo lo faccio nevroticamente. Prometto solennemente che non mi farò sentire più fino a settembre, il che corrisponde a promettere che per leggere il prossimo libro m'impongo di metterci non meno di due mesi, con una lentezza terapeutica. L'ho già scelto. Il titolo è composto da quattro cifre (ma non è 1984). Ci risentiamo fra un po'. Saludos amigos.

P.S. di meno di un mese dopo: no, non l'ho mantenuta la promessa. Per eventuali reclami prendetevela con Roberto Bolaño.

Madame Bovary, Flaubert

E poi. E poi c'era Pierre che, durante un pic-nic sulla Senna lungo l'Ile de Saint-Louis, mi decantava la superiorità di Flaubert con una birra in mano e con una luce del tramonto talmente bella da rendere credibile e nobile qualsiasi cosa mi avesse detto. "In Flaubert hai il mare ma anche la schiuma del mare!", diceva (no, non era ubriaco). E poi c'era James Wood che, nel suo ottimo e godibilissimo Come funzionano i romanzi, parla di Flaubert in un modo così bello da farmi vergognare di non averlo ancora mai letto. E poi c'era Nabokov che dedica una delle sue celebri lezioni a Madame Bovary e dice cose da far arrossire me per conto di Flaubert. E poi c'era Daniel Pennac che, nel suo decalogo di diritti del lettore, parla di diritto al bovarismo, e io non riuscivo mai a capire che cavolo fosse. E poi c'era la meraviglia assoluta della schiena e della nuca della donna dipinta nel quadro scelto per la copertina della mia vecchia edizione tascabile del libro (non mi darò pace finché non avrò scoperto chi è il pittore, non indicato, e si accettano suggerimenti). E poi c'era che sapevo che vi avrei trovato frasi come questa: "Non amava il mare che per le sue tempeste e la vegetazione che quando si spargeva fra le rovine".
Quello che mi piace e che mi pare buffo è che cercare di fare una lista dei motivi per cui ho deciso di leggere finalmente Flaubert è un po' la stessa cosa che fare una lista dei motivi per cui l'ho amato.
Ma c'è dell'altro.
Se devi passare un'infinità di ore in un treno internazionale che soffre di dieci (10) ore di ritardo, un buon modo di sopravvivenza è leggersi un romanzo da inizio a fondo. A me è successo qualche giorno fa, e il romanzo (di cui però avevo già letto una parte) è stato proprio Madame Bovary. Ma non è il ritardo il problema, piuttosto una delle sue ragioni: una povera persona che, in mezzo alla Francia, ha deciso di togliersi la vita sui binari del nostro tragitto, a notte fonda.
Ora, non svelo niente di nuovo se dico qual è la scelta dell'infelice Emma Bovary alla fine del libro: la stessa di quel signore o signora, ragazzo o ragazza, di quel treno su cui stavo leggendo il romanzo di Flaubert. Mi sto sforzando di ricorrere all'espressione "tragica ironia".
Non so quanto si possa dedicare una semplice lettura a qualcuno - allo stesso modo in cui gli si dedicherebbe una preghiera, un premio o un'opera artistica - ma, se si può, allora io dedico la mia lettura di Madame Bovary a lei o lui, chiunque sia e qualunque cosa l'abbia portata su quei binari. Non è niente, ma è qualcosa.

C'era una volta gli americani, Gertrude Stein

Quando perdevo giocavo a calcio (lasciamo perdere va') c'era sempre chi, quando veniva sbagliato un passaggio, urlava "buona l'idea!" a chi aveva avuto una buona intenzione ma poi non era riuscito a tradurla nel gesto tecnico. Se ti urlavano "buona l'idea", allo stesso tempo eri scusato con benevolenza per l'errore e venivi apprezzato per lo spunto. Ecco, io a Gertrude Stein ho urlato "buona l'idea!".
Sono andato al cinema a vedere la nuova commedia di Woody Allen, Midnight in Paris, e m'ha fatto male. Era il film giusto per il momento sbagliato, ma lasciamo perdere. Fra i personaggi che via appaiono, oltre alla mia (mia! mia! mia!) Marion Cotillard, c'è anche Gertrude Stein, "badante" della frizzante scena artistica della Parigi degli anni trenta (Hemingway, Picasso, Matisse ecc., tutta gente che nel film appare) e il luogo dove li riceveva è a un paio di vie più in là di dove abito io. Quel che accadeva in quell'appartamento è raccontato anche in Autobiografia di Alice Toklas, che mi aveva divertito.
Insomma, dopo il film mi sono finalmente deciso a leggere un libro della Stein, C'era una volta gli americani (The making of Americans), che avevo comprato diversi mesi prima su eBay (per ora l'edizione Einaudi è fuori catalogo) e che vegetava nello spazio della mia libreria denominato "muoviti-a-leggerli-pelandrone!".
E' una scrittura che attinge ai propositi di scomposizione percettiva del cubismo. E' una saga familiare fatta di tempo parcellizzato, di ripetizioni a non finire, di una prosa piana in maniera esasperante che vorrebbe trasmettere il senso di ripetizione della quotidianità e delle storie di vita, in un nuovo modo di affrontare il flusso della vita nel contesto di più generazioni di una famiglia borghese americana. Buona l'idea!
L'opera effettivamente trasuda consapevolezza sperimentatrice e, inoltre, m'ha fatto riflettere molto su quanto i tentativi di dissoluzione della forma romanzo - anche quelli meno efficaci - siano sempre utili anche per non prendere troppo per scontate le convenzioni della narrazione, portandoci uno sguardo analitico. Ma mi sono annoiato, inutile nasconderlo. Va bene la scrittura cubista, ma il rischio è che dai cubi si passi alle palle, nel senso di "che palle" (ma che dici!?).
Insomma, sarà che ultimamente sulla lettura non ci sto tanto con la testa (tesi imperat), ma questo libro l'ho abbandonato ben prima della fine e poi solo spizzicato qua e là. Oh, ora l'ho detto. Eppure ho l'impressione salva-coscienza che aver capito di cosa si tratta mi abbia comunque fatto bene. Buona l'idea?

Una vita, Guy de Maupassant

Se state andando al matrimonio di un amico, l'ultima cosa da fare è leggere "Una vita" di Guy de Maupassant. Io l'ho fatto (non lo sapevo!) e la punizione divina è la febbre che mi sta tenendo a casa.
Stupide superstizioni a parte, è stato buffo come, prima di scegliere di leggerlo, c'è stato chi mi abbia detto: "Leggi Una vita, è bellissimo, è un romanzo fantastico dove in pratica non succede niente". Alla faccia!
Grazie a un gran regalo, la mia versione del libro è quella Einaudi della traduzione di Natalia Ginzburg, che se ne occupò poco prima di morire. Nella sua nota al testo, il curatore Giacomo Magrini scrive: "Quanto alle sviste, è sembrato opportuno rettificarle lasciando nel testo solamente quelle che rappresentano non tanto un interesse interpretativo quanto piuttosto la natura di un lapsus che può in qualche modo ricordare colei che l'ha fatto". Ecco, rendere omaggio a una persona lasciando un suo errore nel testo è qualcosa che mi è sembrato paradossalmente affettuso, di una ironica delicatezza. Sarebbe come se qualcuno ricordasse me dicendo "fu talmente disattento che lesse Una vita mentre andava al matrimonio del suo amico".

Anime morte, Gogol

L'altro giorno ho incontrato in una via di Parigi un signore che, seduto su una vecchia cassa per la verdura, lavorava a un puzzle. Stava lì e pazientemente cercava i pezzi. Il lavoro era a buon punto, non mancava molto al completamento. Ma la cosa geniale era che di fronte a lui, per terra, aveva messo un piattino perché i passanti vi lasciassere delle monete. Per cosa? Per vederlo fare tranquillamente un puzzle lungo la strada. Grandioso.
All'inizio, tutto ciò mi ha stupito e divertito, ma poi mi sono detto che in fondo erano giorni in cui leggevo Gogol, e allora di cosa stupirsi? Quel signore avrebbe potuto tranquillamente essere un personaggio di "Anime morte".
Gogol lì racconta di Cicikov che, arrivato in una cittadina, comincia a far visita ai vari possidenti della zona chiedendogli stranamente di poter comprare i loro contadini (i servi della gleba) morti ma ancora risultanti nel censimento.
La traduzione di Paolo Nori (per Feltrinelli) mi pare, per quel che ne possa capirci io, francamente eccezionale, ma ho una piccola perplessità tipografica, diciamo così. Finita la prima parte, Nori introduce la seconda con una deliziosa nota in cui dice che sarà anche più bella della prima. Poi però si volta pagina e ci si ritrova con la dimensione dei caratteri notevolmente ridotta, rispetto ai primi due terzi del libro. L'unica a gioirne è stata un'amica che in questi ultimi tempi mi ha dimostrato sempre di più di tenere a me, in maniera crescente: la mia miopia (ciao miopia! tutto bene?).
In ogni caso, tutto ciò non deve distogliere neanche per un attimo l'attenzione da l'unico fatto importante: la grandiosità di "Anime morte". Del resto, fior fior di lettori ci avevano avvertito da sempre di quanto sia un capolavoro, quindi inutile che provi ad aggiungermici anch'io. La scrittura è così impregnata di succo letterario che, alla fine, non mi sono stupito troppo se mi sono ritrovato a immagine i personaggi del libro come le figure verdurose di Arcimboldo.
Con Gogol si cammina sempre in quelle strisce di terra in cui non si è mai veramente sicuri di cosa sia reale e cosa no, e in fondo non ce ne frega niente, perché sappiamo che non è quello il punto. Gogol ha una spassosa capacità di portare a galla il grottesco della quotidianità attraverso uno sguardo sul mondo che ci fa continuamente uno degli scherzi più spassosi ma maligni della grande letteratura: più ci si avvicina al cuore oscuro di quella quotidianità, più ci si diverte e se ne viene attratti. Il bastone e la carota, insomma, però con la carota che ha la forma di un teschio. Mettiamola così.

L'ottavo giorno, Thornton Wilder

E va bene, amici editori, facciamo un patto. Se proprio volete -comprensibilmente- buttarvi in questa cosa degli e-book, promettetemi che ne approfitterete anche per rimettere a disposizione della gente dei libri fuori catalogo da tanto tempo e che difficilmente verranno più stampati. Così almeno non devo girare su eBay a cercarli oppure leggerli in lingua originale, che può essere faticoso o impossibile. Oltretutto, amici editori, che "digitalizziate" solo i best-seller mi pare un po' uno spreco.
Ecco, "L'ottavo giorno" del caro Thornton Wilder (del '67, National Book Award, ambientanto negli Usa nel Cile dei primi del '900) è un buon candidato per questa operazione di riedizione digitale. L'ho trovato in una vecchia edizione Garzanti a tre euro. C'è nel romanzo un tipo di " religiosa americanità" che a volte ingombra un po', ma i motivi per amarlo per me hanno avuto la meglio. Per esempio, grandi passaggi di questo tipo (uno a caso):
"Vede, Mr. Tolland, a Edinburgo abbiamo un club dei filosofi. Alle nostre cene si discute parecchio di quelli che altri credono o hanno creduto, ma se un qualsiasi membro usa questo verbo alla prima o alla seconda persona del presente, deve pagare una multa. Deve mettere uno scellino in un teschio sulla mensola del caminetto. Si perde in fretta il vizio".

Una stagione in inferno e Illuminazioni, Rimbaud

Segnaccio: ultimamente, a volte mi pare di leggere libri solo per scovarvi delle frasi da citare nella tesi. Citazioni, metafore, spunti. E' che la tesi ormai mi ha preso la testa per tutti i versi. Di mattina ho apparizioni di Giorgio Agamben, di pomeriggio miraggi di Michel Foucault, di sera illusioni ottiche di Paul Farmer, di notte sogno Claude Lévi-Strauss. E, in questo, una delle mie preoccupazioni è come poter far convivere tutto ciò con la mia piccola vita parallela e serale di comune lettore di narrativa e dintorni.
Ho pensato a una soluzione: abbandonarmi a corpo morto al tornado di parole che mi arrivano dai libri che stanno attraversando casa mia e la mia postazione abituale nella biblioteca che frequento tutti i giorni. Senza distinzione fra libri per il lavoro e quelli "ricreativi". Perdermi in questa nebbia, in terreni in cui la bussola sia una costante "vitalità conoscitiva". E, per gettarmi in questo vortice, sperando in una specie di epifania, stavolta ho pensato che la poesia potesse essere indicata. Una specie di terapia d'urto. E allora mi sono affidato a uno a caso: Rimbaud (scherzo, non era a caso). "Una stagione in inferno" e "Illuminazioni".
"Sono il sapiente dalla cupa poltrona. Pioggia e fronde si buttano contro la finestra della biblioteca". Appunto.
Un vortice paradossalmente lucido. Non confusione ma humus fertile per cogliere delle connessioni che un rigore solo superficiale non mi lascerebbe intravedere. Sporcarsi le mani, farsi sbattere da folate di bellezza che possono arrivare tanto da uno scritto di Foucault che da una poesia di Rimbaud. "Una sera, ho fatto sedere la bellezza sulle mie ginocchia. - E l'ho trovata amara.- E l'ho insultata." In fondo la battaglia è la stessa, anche se combattuta in campi e in modi diversi. L'umano.
"I sentieri sono aspri. Le scarpate si coprono di ginestre. L'aria è immobile. Quanto lontani, le sorgenti e gli uccelli! Non può essere che la fine del mondo, più in là". Esatto.
[lagnone che non sei altro]

La vita davanti a sé, Romain Gary

Carissima,
mi ero ripromesso di non rivolgerti più parola fino al momento in cui non ci avresti finalmente fatto assaggiare qualcosa fatto con il vostro nuovo forno, ma è successo qualcosa che mi costringe a rompere la promessa. Vuoi sapere cosa? E' successo che ho letto il libro che mi avevi consigliato non poco tempo fa, e che l'ho adorato al punto di doverti ringraziarti per forza.
Era da tempo che non mi capitava di divertirmi e commuovermi allo stesso tempo quanto con "La vita davanti a sé". Che gusto. Proprio una storia bellevilloise, eh? Un inchino di fronte a monsieur Romain Gary.
All'inizio un po' ho faticato, perché c'era un qualcosa che m'impediva di accettare fino in fondo il compromesso narrativo, diciamo così. Era come se l'eccessiva lucidità di quel ragazzino di dieci anni (e qualche sua frase a "rischio patetismo") m'irritasse. Ma è bastato poco perché mi conquistasse alla grande, facendomi ora sganasciare ora ritrovarmi con gli occhi bagnaticci. E dire che, conoscendomi, non è neanche un tipo di letteratura che di solito mi fa saltare sulla sedia. Eppure...
Sai cosa? Il romanzo mi ha fatto tornare tanto con la testa a quando lavoravo in quella scuola materna. I bambini con cui avevo a che fare io erano un po' più piccoli del nostro Momo, però c'erano tanti elementi comuni a farmici pensare lo stesso. Fra l'altro, detto fra noi, fra i bambini delle "mie" classi ce n'erano alcuni che avrebbero potuto tranquillamente essere dei Momo, per le loro problematiche situazioni di vita.
Insomma, grazie davvero per il consiglio, "La vita davanti a sé" è stato una gran bella sorpresa.
Appena torni da queste parti fatti sentire, ok? Brinderemo a Momo e a Romain Gary (ma brinderemo con qualche buon piatto appena uscito dal tuo forno, bien entendu...).

A presto,
Lo.

Un grande Paese, Luca Sofri

Non sono un frequentatore abituale di libri di questo tipo (nessun pregiudizio, è solo che non mi è mai andavano tanto), eppure questo ho voluto affrontarlo. Perché? Ecco una decina fra le possibili ragioni.

0) Perché il sottotitolo recita "L'Italia fra trent'anni e chi la cambierà", e allora io speravo di trovarci una lista di nomi compreso il mio, ma invece niente, accidenti.
Va bene, questa era uno scherzo, ora sarò serio.
1) Perché, fra tutto, sono più di tre anni che abito all'estero, il che ha paradossalmente (ma non troppo) acuito la mia attenzione per il Paese, facendomi intravedere delle "verità" di cui mi sarei difficilmente accorto.
2) Perché con i miei amici abbiamo un'associazione culturale che ha molto a cuore la vita nella nostra Alta Valle del Tevere (chiamiamolo "localismo virtuoso"), e sapevo che nel libro avrei trovato molti stimoli per portare avanti -e meglio- con loro la nostra attività.
3) Perché ilpost.it, di cui Luca Sofri è direttore, è un sito a cui mi sono affezionato.
4) Perché ero sicuro che, pur non condividendo sempre quel che scrive (e questo è ovvio), ammiro la capacità di Sofri di essere anche un ottimo "aggregatore" di riferimenti e concetti da cui sono molto attirato.
5) Perché sono uno di quelli che crede che l'Italia stia attraversando per troppi versi un suo secondo medioevo (e dico medioevo nella sua accezione negativa).
6) Perché Luca Sofri sa cos'è McSweeney's e dintorni.
7) Perché questi, per la mia Città di Castello, sono tempi di elezioni comunali, e a vedere la situazione a me per la prima volta in vita mia è venuto da dirmi "madonna mi vien da buttarmici anch'io", da quanto dissenso provo.
8) Perché mi sono colto in flagrante a essere in imbarazzo nel leggere questo libro in metropolitana, qui a Parigi, tanto da cercare di farlo nascondendo agli altri passeggeri la copertina. Una volta scopertomi, mi sono rimproverato e mi sono detto di avere appena trovato una ragione in più per leggerlo.
9) Perché, dopo che siamo passati insieme di fronte alla vetrina di una libreria dove questo libro era esposto, è stato mio padre a regalarmelo, il che mi pare decisamente significativo.
10) Perché, nonostante qualche normale perplessità su certi passaggi, sono felice di accettare lezioni. Da questo libro, per esempio. Ne ha delle buone.

Il buio fuori, Cormac McCarthy

Io i libri di Cormac McCarthy li penso come delle distese di menhir. Ogni parola un masso infilato verticalmente nel terreno. Mi spiego.
Un mesetto fa abbiamo trascorso un sabato&domenica in Bretagna del sud, accettando finalmente l'invito di una cara amica che viene da là. Il posto dov'eravamo era proprio accanto a Carnac, il complesso megalitico più importante al mondo. Talmente importante che la nostra amica e i suoi genitori, che lì ci sono nati e cresciuti, non riuscivano a spiegarsi il mio incredulo stupore di fronte a quelle distese di massi preistorici che loro danno così per scontati. A dirla tutta, mi ci prendevano anche in giro.
Si tratta di distese di menhir (quei sassoni che portava Obelix sulle spalle, per intenderci) perfettamente allineati in più file l'una accanto all'altra. Gli allineamenti raggiungono i quattro chilometri. Quattro chilometri di erba e menhir, su dei leggeri pendii di cui non vedi la fine. Sulla loro funzione non si sa niente di preciso. Le teorie e le leggende sono tante, ma nessuna è comunemente accettata. Il fatto di non sapere perché fossero lì di certo è complice in quello spaesamento che si prova a camminarci in mezzo. "C'est quelque chose qui nous dépasse", m'ha detto la madre della nostra amica, "è qualcosa che ci oltrepassa". Capivo bene cosa intendeva.
Quando li abbiamo visitati, lì c'eravamo solo noi, gli uccelli che si posavano sulla punta dei mehnir, e tanto silenzio. Il cielo era dello stesso grigio della pietra di quei monumenti. Di nebbia non ce n'era, perché sarebbe stata ridondante.
Stavo in mezzo a queste distese di massi verticali piantati per terr, alcuni alti due metri e altri fino a sedici. Camminavo e mi guardavo intorno con una sensazione che dava una certa materialità all'idea di solennità e di sacralità. E' ciò che mi è successo finora nel leggere le opere di Cormac McCarthy. Questa, "Il buio fuori" (del '69), ne è un esempio grandioso. E' la storia di un fratello e una sorella che vagano lungo sentieri separati in cerca l'uno della sorella e l'altra del figlio che, appena nato, il fratello le ha portato via e cercato di uccidere. Le loro sono peregrinazioni che li rendono protagonisti di una via crucis fatta di accoglienza e violenza, due parole che se fanno rima un perché ci sarà. Quando tornerò a Carnac, saprò quale libro portare nel treno. A proposito, Carnac McCarthy suona bene, no?

The pale king, David Foster Wallace

Ho deciso di mettere in giro la voce che il romanzo postumo e incompiuto di David Foster Wallace è in realtà un "romanzo storico valtiberino" (la Valtiberina è la vallata umbra-toscana della mia cittadina). Perché? Perché vengono incredibilmente citati due personaggi storici delle mie parti: Luca Pacioli, matematico rinascimentale di Sansepolcro (a pagina 7 della mia edizione) e Santa Veronica Giuliani, santa di Città di Castello di un paio di secoli dopo (a pagina 399). Certo, sono solo fugaci citazioni ed è da idioti gioire come ho fatto io, ma da tutti me lo sarei aspettato tranne che da Wallace (per di più in un libro che parla della noia della vita in un ufficio per le tasse di una piccola cità dell'Illinois).
Forse però la sorpresa e il calore che ho provato nello scovare questi due nomi delle mie zone hanno a che fare con quella strana dinamica per cui i fan di Wallace, me compreso, hanno sempre provato nei suoi confronti una specie di tenerezza. E intendo prima della morte. Eppure la sua scrittura pare propizia a tutto tranne che alla tenerezza, anche se evidentemente solo ad un primo livello. E' un tipo di attaccamento che non avevo mai provato con altri scrittori. Forse una possibile ragione è che l'ho scoperto e cominciato ad amare i primi tempi in cui stavo diventando un lettore mediamente consapevole, non so.
Quando DFW decise di morire, ebbe anche la freddezza di fare in modo che venissero trovati, accanto a lui, i materiali del romanzo su cui stava lavorando da diversi anni. Capitoli relativamente completi, bozze, note sparse, frammenti, pensieri. Ora li hanno raccolti e pubblicati, con tutte le difficoltà a ricostruire il testo.
Non ho alcuna voglia di mettermi a seguire il dibattito che si sta già scatendando sull'opera di editing che è stata fatta (mi fido, mettiamola così), ma, vediamo, ecco un po' di banalità che si potrebbero dire sul libro:

-"DFW avrebbe scartato molti di questi capitoli": ok, giusto.
-"DFW avrebbe scritto molto di più e poi scelto": certo.
-"DFW avrebbe dato una direzione più chiara alla storia": ovvio.
-DFW avrebbe forse trovato un nome diverso al suo omonimo protagonista: grazie.
-DFW avrebbe dato un ordine diverso ai capitoli: vabbè, grazie al cXXXo.
-"Così com'è, non è un grandissimo libro": d'accordo, però ci sono non pochi passaggi di puro Wallace, ed è un godimento.
-"Leggere questo libro ti costringerà a pensare più al suo suicidio che alla sua letteratura": cacchio, questa è pertinente, ed è ciò che temo. Salvo però poi leggere le parti più belle e nonostante tutto sorridere, ma sorridere di, come ha scritto lui, "un sorriso così ampio che pareva far male".


P.S. Ah non ci credevate? Per coincidenza i capitoli "valtiberini" sono reperibili on-line, uno in italiano (Pacioli) e uno in inglese (S.Veronica).

Il tempo ritrovato, Marcel Proust

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LEGGERE PROUST A CASTELLO (parte 7 di 7)
Longtemps je me suis couché de bonne heure. → A lungo mi sono coricato di buonora → Pe ‘n pezzo so ito a letto presto.

[spiegazioni e prime sei parti indietro in questo blog]

La ricerca del tempo perduto, volume 7: Il tempo ritrovato

Foglietto #39
Il Narratore descrive le passeggiate serali che, durante la prima guerra mondiale, faceva in una Parigi deserta, spettrale. Pur nella paura di mancare di rispetto a chi i tempi di guerra li ha vissuti o li sta vivendo davvero, ti viene da pensare che non ci dev’essere troppo differenza fra quella Parigi in guerra e la Castello di innumerevoli venerdì e sabato sera: deserta, spettrale...

Foglietto #40
Frasi preferite di quest’ultimo volume:
Pagina 31: “Queste idee, di cui alcune tendevano a diminuire e altre ad accrescere questo mio rimpianto di non avere alcun talento per la letteratura...” (ma movite va’...)
Pagina 109: “Ma bisogna tornare un po’ indietro.”

Foglietto #41
In “una notte trasparente e senza soffi”, Proust osserva di notte la Senna e se la immagina come il Bosforo. Tu guardi la Senna e te la immagini come il Tevere che passa per Castello. Vedi? Se fossi giusto un po’ dedito a qualche sostanza allucinogena, droga e/o alcol, potresti anche vederci passare delle canoe con dei Babbo Natale sopra (come fa il Canoa Club Città di Castello tutti gli anni a Natale).

Foglietto #42
Dopo la madeleine e tutto il resto, l’ennesima epifania della memoria arriva al Narratore quando mette il piede su un selciato un po’ dissestato (cosa che gli fa ricordare il viaggio a Venezia...). Allora di certo Castello dev’essere un luogo propizio al ricordo. A proposito, ricordi quando dissero che i rattoppamenti di catrame delle buche in fondo al Corso erano un omaggio a Burri?

Foglietto #43
Questi continui ritorni all’indietro sottolineano come, per Proust, viviamo contemporaneamente in diverse epoche, con il nostro passato presente in noi (appunto) ancor più di quanto non lo sia il presente stesso. Il problema per Proust è trovare il modo d’impedire che tutte queste impressioni non spariscano a causa delle pressioni del presente. Come a dirti: devi fare di tutto (di tutto!) per non dimenticare mai (mai!) il sapore degli gnocchi crudi che rubavi alla tua nonna e alla tua mamma mentre li preparavano su quella vecchia spianatoia di legno.

Foglietto #44
Dice il Narratore che “solo grazie all’arte ci è dato uscire da noi stessi, saper quel che un altro vede di un universo non identico al nostro”. Sali alla Montesca e osserva Castello. Poi vai a Belvedere e guardala da lì, da un’altra prospettiva. Poi sali in cima alla torre civica o al campanile rotondo, e fai la stessa cosa. E corri fino alla cima della salita del cimitero, e osservala anche da lì. Concludi andando dal tabaccaio in Corso Cavour, compra un francobollo e una cartolina di Castello, scrivici quella frase del Narratore che ha le vertigini a guardarsi dall'alto e spediscitela a te stesso.

Foglietto #45
Ma chi prendi in giro?
Non è vero che Proust l’hai letto a Castello. In realtà l’hai fatto abitando a circa 1.300 km da Castello. Ma in un certo senso è vero: Proust l’avresti potuto veramente leggere a Castello solo allontanandotene. Il fatto è che, quando non stai a Castello accanto ai tuoi cari amichetti (e non solo), hai costantemente l’impressione di perdere tempo. Forse è questa la chiave di tutto. È probabilmente quello, per te, il tempo perduto da ritrovare. Ma dovevi perderlo, ti dici. Perderlo per ritrovarlo, leggere per perderlo, e leggere per ritrovarlo. Fai un ultimo sforzo e immagina così l'ultima frase del libro: Alò, emo fatto, è ita.


FINE

La fuggitiva, Marcel Proust

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LEGGERE PROUST A CASTELLO (parte 6 di 7)
Longtemps je me suis couché de bonne heure. → A lungo mi sono coricato di buonora → Pe ‘n pezzo so ito a letto presto.

[spiegazioni e prime cinque parti indietro in questo blog]

La ricerca del tempo perduto, volume 6: La fuggitiva (o Albertine scomparsa)

Foglietto #34
Hai letto gran parte di questo volume a letto con la febbre. Da piccolo, la febbre era uno dei possibili motivi per aspettarsi un regalino dai tuoi, direttamente dal sacro negozio di giocattoli della Teresa Bambini, giù per il Corso. Un personaggio come Teresa Bambini Proust se lo sogna.

Foglietto #35
Albertine muore in un incidente a cavallo. Stremato dai milioni di pagine su di lei, decidi che festeggerai andando per la prima volta alla Mostra del Cavallo, la fiera equina di Città di Castello. Cinico.

Foglietto #36
Viaggio a Venezia del Narratore. Scrive che “il mondo è un vasto quadrante solare dove un solo segmento soleggiato ci permette di vedere che ora è”, e per questo non poteva che immaginare i rumori e la vita di Venezia come fossero quelli della sua nativa Combray. Come a dire: Venezia sta a Combray come Proust sta a Castello (e tu fatti da parte, una volta tanto, che impicci).

Foglietto #37
I tuoi passaggi preferiti di questo volume:
Pagina 16: “Mi alzai per non perdere tempo...” (parla lui...)
Pagina 24: “Per farla breve, Albertine...” (dopo praticamente tre volumi tutti su di lei)

Foglietto #38
Avvicinandosi alla fine dell’opera, Proustolo comincia a scoprire le carte in tavola. Ma, ti chiedi, questa operazione di “lettura Castellanizzata” dovevi farla proprio con lui? Non potevi rifarti per esempio a Bukowski, facendo avanti e indietro ubriaco fra l’Osteria e il Syrah? Oppure non avresti potuto fare come Holden Caufield e farti espellere dal Liceo? O magari come Don Chisciotte, attaccando i Molini Brighigna su di un carrello della Coop al posto di Ronzinante.

John Barleycorn, Memorie alcoliche - Jack London

Quando M&M (non le caramelle, anche se sono buoni uguale) mi hanno regalato questo libro, sulla prima pagina hanno scritto così:
"Ti auguriamo di:
1) prenderti almeno una sbronza colossale [sono drammaticamente astemio, ndr]
2) rasarti a zero
3) pentirti amaramente di entrambe le cose
4) scrivere un libro su tutto questo, con lo pseudonimo Gionni da Meltina [il quartiere dove abito, ndr]"

John Barleycorn è lo spettro dell'alcolismo, impersonato da una sorta di amico-nemico invisibile che accompagna costantemente il narratore. Jack London racconta il suo rapporto di amore e odio con lui, di attrazione e repulsione, in una biografia in cui i fatti della sua vita sono letti attraverso la prospettiva (dai fini esplicitamente moraleggianti) dei suoi problemi d'alcolismo.
Una volta un mio amico fece un viaggio in India e, appena tornato, mi raccontò che la sola preghiera che disse di fronte ad un'immensa statua della dea Kalì fu quella di vedermi ubriaco. Ecco, tanto per intenderci. Ma meglio non entrare nei dettagli.
Che Jack London fosse un gigante lo sapevo bene, ma non avevo mai letto niente di biografico (e ancora "Martin Eden" mi aspetta): ragazzi, che vita che fece quest'uomo. Un brindisi per Jack London! (?!)
La sua scrittura ha una capacità trascinante al punto da trasformare una capacità tecnica della scrittura in un coinvolgimento emotivo totale negli snodi morali di cui ci parla. Leggendo queste pagine, accanto a lui non c'è solo John Barleycorn, ma anche tu lettore, e questo è un qualcosa di grandioso che forse dovremmo pretendere da tutta la grande letteratura, se ha la pretesa di essere veramente tale. E non ne va solo di un inutile riconoscimento delle doti narrative di non so chi, ma della sacrosanta (se esistente) possibilità di reale vicinanza agli altri esemplari della nostra bacata razza animale.
Detto questo, si legge nel libro che London aveva anche una certa passione per i dolci, il che ci accomuna. Ho quindi deciso che scriverò un libro dal titolo "Gionni da Meltina, Memorie golose".

"Ancora Salinger?!"

Babbo Natale mi ha portato un'edizione del Giovane Holden fac-simile della primissima. Un'ottima scusa.

"Facciamo che leggiamo i capitoli a turno, ogni capitolo prima l'uno poi l'altro... così ci rimbalziamo il libro, eh?"
"Mi piace. Ma facciamo anche che mettiamo un post-it per segnalare all'altro i passaggi che magari ci colpiscono, d'accordo?"
"D'accordo, bene, chi comincia?"
"Pari o dispari?"
"Pari"
"Uno, due e tre... cinque... dispari, comincio io, ah ah!".